La rabbia maschile è un business

Dentro la manosfera, dove frustrazione, misoginia e self-improvement diventano engagement, visibilità e profitto.


di Rossella Forlè, Founder We Hate Pink.

Negli ultimi mesi la manosfera è tornata al centro del dibattito pubblico, anche grazie a un nuovo documentario di Louis Theroux, “Inside the Manosphere”, che esplora alcune delle comunità online più discusse legate a quella che molti commentatori definiscono la "crisi della mascolinità".

Credit: Netflix

Il documentario, però, evita di raccontare questi spazi come un movimento unitario. La realtà è più complessa: la manosphere non è un'ideologia né un'organizzazione strutturata, ma un ecosistema digitale fluido composto da influencer, podcaster, streamer e imprenditori online che parlano di mascolinità, relazioni, soldi e potere.

In questo spazio convivono figure molto diverse. Alcuni si presentano come coach di self-improvement e offrono consigli su come conquistare le donne, sulla sicurezza personale e stile di vita. Altri costruiscono il proprio contenuto come commento culturale sui ruoli di genere. Altri operano ancora in modo più esplicito come imprenditori digitali, trasformando frustrazione e risentimento in contenuti monetizzabili, community a pagamento e modelli di business online.

Ciò che tiene insieme questi attori non è una struttura organizzativa ma una narrativa condivisa: l'idea che gli uomini stiano perdendo status e influenza nella società contemporanea e che sistemi culturali, mediatici o politici lavorino contro di loro.

La semplicità e la carica emotiva di questa storia spiegano in parte perché i contenuti della manosfera circolano così facilmente su piattaforme e algoritmi. Tra le figure più visibili di questo ecosistema ci sono Andrew Tate, Myron Gaines, Sneako, Justin Waller e creator più giovani come Harrison Sullivan.

Non dicono tutti le stesse cose e i loro pubblici si sovrappongono solo in parte. Ma il formato dei loro contenuti è spesso simile: la mascolinità viene presentata come qualcosa che può essere ottimizzato, monetizzato e scalato online.

Allenamenti, strategie di dating, consigli sugli investimenti, routine di produttività e community a pagamento ruotano attorno alla promessa che gli uomini che si sentono disorientati nella società contemporanea possano riprendere il controllo della propria vita.

Il messaggio funziona perché intercetta un reale senso di incertezza vissuto da molti giovani uomini. Ma rivela anche qualcosa di più profondo sull'economia digitale: la mascolinità è diventata un format.

L’attenzione come infrastruttura

Le dinamiche di questo ecosistema diventano più chiare se osservate attraverso la lente dell’economia’dell'attenzione. Come spiega la studiosa dei media Shoshana Zuboff nel libro  The Age of Surveillance Capitalism, le piattaforme digitali estraggono valore dai dati comportamentali generati dagli utenti. Ogni clic, commento o condivisione diventa parte di un sistema progettato per massimizzare l'engagement.

In questo contesto la visibilità non è neutrale. I contenuti che provocano rabbia, conflitto o indignazione tendono a circolare più rapidamente rispetto a quelli che invitano alla riflessione.

La manosfera funziona perfettamente all'interno di questa logica.

Provocazione → engagementEngagement → visibilitàVisibilità → ricavi

Ciò che appare come estremismo ideologico può funzionare anche come contenuto altamente efficiente dal punto di vista algoritmico.

Mascolinità e lavoro digitale

L'economista Yanis Varoufakis descrive l'economia delle piattaforme contemporanea come più simile a un "tecnofeudalesimo" che al capitalismo tradizionale. In questa prospettiva, le piattaforme funzionano come territori digitali in cui gli utenti generano valore mentre i proprietari dell'infrastruttura catturano la maggior parte dei profitti.

Gli influencer vengono spesso rappresentati come imprenditori indipendenti che sono riusciti a sfuggire al lavoro tradizionale; in realtà, il loro lavoro assomiglia sempre di più a un lavoro digitale continuo. Le dirette non si fermano mai davvero; il flusso di contenuti deve rimanere costante e gli algoritmi decidono chi resta visibile.

In questo senso la manosfera non è un'alternativa al sistema, ma è profondamente integrata al suo interno.

La misoginia come meccanismo di controllo

Nel libro Down Girl: The Logic of Misogyny, la filosofa Kate Manne sostiene che la misoginia non si limita a essere un odio contro le donne, ma è anche un meccanismo di controllo sociale.

Serve a punire le donne percepite come fuori dal loro ruolo tradizionale e a premiare i comportamenti che rafforzano le gerarchie di genere. Vista da questa prospettiva, la manosfera non è solo una collezione di opinioni offensive; è un sistema performativo, in cui la gerarchia di genere è il contenuto, la dominanza diventa spettacolo, l'umiliazione intrattenimento e la misoginia engagement.

Per questo ridurre la manosfera a poche personalità controverse rischia di far perdere il punto. L’ecosistema esiste perché si adatta perfettamente agli incentivi economici delle piattaforme digitali. Il risultato è un circolo di feedback in cui i contenuti più estremi spesso viaggiano più lontano.

Un altro modo utile per capire questo ecosistema proviene da un articolo condiviso da The Otherbox, che analizza come alcune comunità online trasformino la frustrazione in veri e propri percorsi ideologici.

Sotto l'estetica del lusso e il linguaggio del self-improvement, la manosfera spesso vende la colpa. Invece di interpretare le difficoltà personali come il risultato di condizioni economiche, sociali o emotive complesse, molti influencer reindirizzano la frustrazione contro nemici identificabili: il femminismo, le persone queer, gli immigrati e la cosiddetta “wokeness”.

La narrazione diventa estremamente semplice: i tuoi problemi non sono sistemici, qualcuno ti ha tolto qualcosa e qualcuno ti deve qualcosa. Questa struttura psicologica è potente perché offre certezza nei momenti di confusione. Trasforma problemi sociali complessi in una storia morale chiara: un gruppo che merita il potere e un gruppo che lo avrebbe rubato.

Come osserva The Otherbox, queste community seguono spesso dinamiche simili a quelle delle sette, offrono certezze a persone in difficoltà, creano un gruppo interno e un nemico esterno, premiano lealtà e obbedienza, scoraggiano il pensiero critico e monetizzano il senso di appartenenza attraverso community a pagamento.

In un'economia dell'attenzione guidata dalle metriche di engagement, questa struttura è estremamente efficiente, perché più la narrativa diventa emotiva, più probabile è che si diffonda.

La manosphere e l'economia della girlboss sono specchi

È facile pensare alla manosfera come l'opposto della cultura dell'empowerment femminile. Da una parte, l'ipermascolinità; dall'altra, il linguaggio dell'empowerment e del successo "girlboss". Ma se facciamo un passo indietro, le strutture iniziano a somigliarsi. Entrambe trasformano l'identità in un progetto personale da ottimizzare costantemente. Entrambe promettono una via d’uscita individuale da problemi strutturali e monetizzano sulla trasformazione personale.

Nell’economia della girlboss il messaggio è chiaro: fiducia, produttività e ambizione permettono alle donne di rompere il soffitto di cristallo.

Nella manosfera la promessa è diversa ma strutturalmente simile: disciplina, ricchezza e dominanza ristabiliranno il potere maschile in un mondo che lo avrebbe sottratto.

Estetiche diverse ma stessa logica. Il self-improvement diventa un modello di business. Corsi, programmi di coaching, community esclusive e contenuti digitali seguono tutti lo stesso copione: se segui la formula giusta, puoi diventare la prossima storia di successo.

Ciò che scompare da questa narrazione è qualcosa di molto più complesso e di molto meno monetizzabile, il cambiamento strutturale. Entrambi gli ecosistemi prosperano sull’idea che i problemi sociali possano essere risolti attraverso l’ottimizzazione individuale.

Ti senti escluso dalle opportunità economiche? Costruisci il tuo personal brand.

Hai difficoltà nelle relazioni? Segui la strategia giusta.

Sei frustrato dal sistema? Diventa migliore nel competere al suo interno.

Questi messaggi funzionano perché offrono chiarezza in un mondo confuso, ma al contempo spostano la conversazione lontano da questioni più grandi, come la disuguaglianza, il lavoro, la precarietà economica e il cambiamento sociale.

Invece di chiederci perché il sistema produca così tanta insicurezza, veniamo incoraggiati a diventare competitori più efficienti al suo interno.

I veri vincitori

Le piattaforme digitali prosperano grazie alla produzione continua di contenuti basati sull'identità e più i contenuti diventano emotivi, aspirazionali o provocatori, più generano engagement. E nei media digitali l'engagement è la valuta più preziosa. Così, mentre gli influencer competono per la visibilità e il pubblico cerca risposte, l'infrastruttura accumula silenziosamente valore reale.

Se guardiamo oltre le singole personalità, diventa chiaro che la manosfera non è un'anomalia. È semplicemente un'altra espressione della stessa logica economica che struttura gran parte dei social.

Allora ci chiediamo, perché la manosfera è così popolare, soprattutto tra i ragazzi? Perché riesce a parlare efficacemente ad una generazione che cresce in un sistema sempre più precario.

Molti giovani uomini si trovano in un contesto in cui le promesse tradizionali della mascolinità — stabilità economica, riconoscimento sociale, ruolo di provider — sono diventate molto più difficili da ottenere. Il lavoro è più instabile, il potere d'acquisto diminuisce e le relazioni sociali sono sempre più mediate dalle piattaforme digitali.

In questo scenario, la manosfera offre qualcosa che il sistema economico non riesce più a garantire, una narrazione semplice per spiegare il disagio. Invece di leggere le difficoltà come il risultato di trasformazioni economiche o sociali più ampie, la frustrazione viene spesso indirizzata contro bersagli identificabili.

Questa semplificazione è potente perché trasforma problemi complessi in una storia morale chiara e facilmente condivisibile online. Ma c’è anche un altro elemento. Come ha scritto Mark Fisher in Capitalist Realism, il capitalismo contemporaneo è estremamente efficace nell'assorbire e monetizzare le emozioni collettive — frustrazione, rabbia, ansia — trasformandole in contenuto.

In questo senso, la manosfera non è solo una questione culturale o politica, è anche un modello perfettamente compatibile con l'architettura economica delle piattaforme digitali. Ed è proprio qui che emerge il punto più scomodo. Se la frustrazione può essere continuamente trasformata in contenuto, e il contenuto in profitto, il sistema non ha alcun incentivo a risolvere le cause che la producono. Al contrario, più cresce l'insicurezza, più cresce il mercato per chi promette di spiegarla.

La manosfera, allora, non è semplicemente una devianza culturale, è uno dei prodotti più coerenti dell'economia dell'attenzione.

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