A chi appartiene l'arcobaleno?
di Alice Rizzi e Rossella Forlè
Ogni giugno torna la stessa discussione. Da una parte c’è chi celebra il fatto che le identità LGBTQ+ siano oggi più visibili che mai, dall’altra c’è chi alza gli occhi al cielo davanti a loghi arcobaleno, capsule collection dedicate al Pride e aziende che sembrano ricordarsi dell’esistenza delle persone queer per trenta giorni all’anno. In fondo, entrambe le reazioni hanno senso.
Il Pride è diventato, al contempo, uno spazio di visibilità, comunità e appartenenza, ma anche un’opportunità di marketing. Il problema non è che le aziende partecipino, la rappresentazione conta. Vedere persone LGBTQ+ presenti nella cultura, nei media e nello spazio pubblico continua ad avere un valore enorme, soprattutto in un momento storico in cui i diritti queer vengono ancora messi in discussione in molte parti del mondo, ma la visibilità non coincide automaticamente con la liberazione. Ed è qui che la storia del Pride si complica. Quando un movimento nato dal dissenso diventa un appuntamento della “marketing schedule”, cosa si perde lungo la strada?
Il Pride non è nato per essere rassicurante
Stonewall Inn, giugno 1969.
Una delle cose più interessanti della storia del Pride è che non nasce dall’inclusione. Non nasce da aziende più aperte, da istituzioni più progressiste o da campagne pubblicitarie, ma da persone che avevano pochissimo potere. Persone queer e trans perseguitate dalla polizia. Giovani cacciati di casa, drag queen, sex worker, comunità spinte ai margini della vita pubblica.
Quando nel 1969 la polizia fece irruzione allo Stonewall Inn di New York, si aspettava l’ennesima retata; quella volta, però, qualcosa cambiò, le persone presenti decisero di reagire, non perché immaginassero future parate sponsorizzate o campagne inclusive, ma perché erano stanche di essere criminalizzate, controllate e trattate come sacrificabili. La rivolta di Stonewall è diventata un simbolo, ma spesso dimentichiamo che non riguardava soltanto la visibilità, ma anche il rifiuto di accettare le condizioni imposte.
Lo striscione non chiede semplicemente diritti. Dice: "Stonewall significa reagire." Firmato dal Gay Caucus di Youth Against War & Fascism, ricorda come il movimento di liberazione gay degli anni Settanta si considerava parte di una lotta più ampia contro il fascismo, la guerra e le disuguaglianze sociali.
I Ballroom erano molto più di un’estetica
Lo stesso equivoco riguarda spesso il modo in cui ricordiamo oggi la cultura ballroom. La maggior parte delle persone la incontra attraverso la moda, la televisione, i social media o la pubblicità. Le sue immagini e il suo linguaggio sono ovunque; molto meno presenti, invece, sono le ragioni per cui la ballroom è nata. Per molte persone queer e trans nere e latinoamericane nella New York degli anni Settanta e Ottanta, la ballroom non era soltanto una scena creativa, era un sistema di sopravvivenza.
Le House offrivano ciò che molte persone non trovavano altrove: famiglia, sostegno, mentoring e un senso di appartenenza. Molte espressioni oggi utilizzate sui social, nelle campagne pubblicitarie o nella cultura pop nascono proprio lì. Dire "serving" non era un complimento casuale, ma il riconoscimento di una performance impeccabile sotto lo sguardo della giuria del ballroom. "Snatched" descriveva un look così perfetto da non lasciare nulla da criticare. "Reading" qualcuno era una forma d'arte precisa e raffinata — un modo di smascherare le contraddizioni o le pretese di una persona con arguzia piuttosto che con crudeltà e richiedeva una conoscenza sufficientemente profonda della cultura per colpire nel segno. "The library is open" era il suo invito formale. "Throwing shade" veniva dalla stessa tradizione: una forma di disprezzo più sottile e fredda, che comunicava sdegno senza la schiettezza di una read (Bailey, 2013).
Queste espressioni sono state adottate e notevolmente svuotate dal pubblico mainstream. Quando "slay", "yaas", "no tea no shade" o "werk" compaiono in testi pubblicitari o interviste a celebrity, vengono tipicamente privati della specifica storia queer nera e latinx che le ha generate. Ad esempio, nel 2023, un grande retailer ha usato lo slogan "Slay All Day" in una campagna marketing per il Pride, senza alcun riferimento al ballroom o alle sue origini, presentando la frase come un generico messaggio di empowerment piuttosto che un omaggio alle sue radici. Allo stesso modo, conduttori televisivi e brand usano spesso "the library is open" in segmenti leggeri che perdono il significato più profondo che la frase aveva all'interno dei ballroom. Le parole viaggiano, il contesto e il significato vero no. Ciò che rimane è l'energia superficiale del ballroom — la sicurezza, l'arguzia, la teatralità, ma non le condizioni che avevano reso necessario il ballroom in primo luogo — l'esclusione, la povertà e la violenza che strutturavano la vita quotidiana delle persone che ne facevano parte — vengono invece silenziosamente eliminate (Lorde, 1984; Bailey, 2013).
Molto prima che i brand prendessero in prestito il linguaggio e le immagini del ballroom, le persone costruivano reti di cura perché le istituzioni esistenti le avevano abbandonate. (Klitgård, 2019) È questo che rende il ballroom una parte importante della storia queer. Non era solo uno spazio per l'autoespressione creativa ma una risposta concreta all'esclusione.
Da sinistra, Ballroom di New York, fine anni '80, Venus Xtravaganza, performer transgender e figura iconica della scena ballroom underground di New York negli anni Ottanta, Voguing ad Harlem, NYC, Ritratto collettivo delle principali icone della Ballroom protagoniste del celebre documentario del 1990 Paris Is Burning . Angie Xtrava (House of Xtravaganza), Kim Pendavis (House of Pendavis), Pepper LaBeija e Junior LaBeija (House of LaBeija). [1, 2, 3]Fila centrale (da sinistra): David Xtravaganza (House of Xtravaganza), Octavia St. Laurent (House of Saint Laurent), Dorian Corey (House of Corey) e Willi Ninja (House of Ninja).
Il Regno Unito e l’Italia raccontano una storia simile
A un certo punto, molte celebrazioni del Pride hanno iniziato a separarsi dalle lotte più ampie che le avevano generate. Eppure le prime generazioni di attivistə LGBTQ+ avevano ben chiaro che la liberazione non riguardava soltanto l’identità, ma anche il modo in cui il potere si distribuisce nella società.
Londra, 1985. I minatori gallesi aprono il Pride insieme a Lesbians and Gays Support the Miners. Un anno prima le due comunità erano estranee; dopo mesi di solidarietà reciproca, marciano fianco a fianco.
Nel Regno Unito, il Gay Liberation Front, nato negli anni Settanta, non chiedeva soltanto di essere incluso nel sistema esistente, metteva in discussione le istituzioni, le norme sociali e le strutture di potere che producevano esclusione. Liberazione non significava trovare posto nella società così com'era, ma immaginarne una radicalmente diversa. Il GLF scendeva in piazza, occupava spazi pubblici, organizzava "zap actions" contro psichiatri e giornalisti ostili — atti di disobbedienza visibile che non chiedevano permesso, ma prendevano posizione.
Questa radicalità si intrecciò, negli anni successivi, con altre battaglie. Durante la crisi dell'AIDS negli anni Ottanta, mentre il governo Thatcher guardava dall'altra parte e i tabloid alimentavano il panico morale, gruppi come ACT UP London portarono la rabbia per le strade — manifestazioni nei pressi del Parlamento, irruzioni in diretta al telegiornale della BBC, funerali politici trasformati in atti di resistenza pubblica. Non si chiedeva compassione, si esigevano risposte.
In quegli stessi anni bui, il collettivo Lesbians and Gays Support the Miners si alleò con le comunità operaie in lotta, in un incontro che, sulla carta, poteva sembrare improbabile, ma nella pratica nasceva dalla consapevolezza precisa che nessun movimento può sopravvivere da solo. Quando i minatori marciarono al Pride di Londra nel 1985 — portando con sé uno striscione del South Wales NUM, fu uno dei momenti più potenti nella storia dell'alleanza tra movimenti.
Alla fine del decennio arrivò la Sezione 28, la legge che vietava alle scuole e agli enti locali di "promuovere l'omosessualità". La risposta fu immediata: attivistə fecero irruzione nello studio della BBC durante il telegiornale delle sei, altre si incatenarono in Parlamento. Stonewall — l'associazione, non il bar — nacque proprio in quegli anni come risposta organizzata, spostando parte del movimento verso il lobbying istituzionale. Una scelta strategica che aprì una frattura ancora irrisolta, fino a dove si può entrare nel sistema senza esserne assorbiti? Una lezione — e una domanda — che oggi appare più attuale che mai.
La città e l'isola
In Italia, molti gruppi LGBTQ+ si svilupparono in dialogo con i movimenti femministi e antifascisti, e con le realtà politiche e sociali di base. In Italia, infatti, l’omosessualità non era mai stata apertamente ostracizzata dalle istituzioni, neanche nel Codice Rosso fascista. La repressione messa in atto era per lo più amministrativa, poliziesca, morale e medica. Una celebre frase di Mussolini ha poi dato il titolo ad una graphic novel che racconta il confino degli omosessuali alle Isole Tremiti: “In Italia siamo tutti maschi”. Quello che intendeva dire il duce era che in Italia non c’era bisogno di normare l’omosessualità, semplicemente perché non c’erano omosessuali. Non c’erano, certo, perché venivano confinati in isole sperdute e costretti al lavoro forzato e all’isolamento dalle proprie famiglie (per saperne di più: Goretti & Giartosio, La città e l’isola; De Santis & Colaone, In Italia siamo tutti maschi).
L’italia del boom economico, poi, è un’Italia moralista, cattolica e patriarcale ma comincia a discutere di sessualità, divorzio, aborto, famiglia, ed è qui che il movimento, ancora prima di essere organizzato, si lega alle rivendicazioni femministe. Quando nel 1971 nasce il FUORI! - Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, profondamente incarnato nel Sessantotto italiano: femminismo, movimento studentesco, antimilitarismo, liberazione sessuale, lotta per la casa, la salute e l’autodeterminazione (Prearo, 2015; Bulgarelli, 2021). Le questioni legate alla sessualità e all'identità di genere erano dunque raramente considerate separatamente da quelle relative al lavoro, alle disuguaglianze economiche, ai diritti sociali e alla giustizia. Senza considerare che la presenza del Vaticano e l’importanza della religione per la penisola italiana hanno influito notevolmente sui ritardi e sulle battute d’arresto nell’acquisizione di diritti rispetto ad altri paesi europei. Basti pensare all’importanza simbolica che ha avuto il primo World Pride di Roma, proprio nel 2000, durante il Giubileo. (Bozzo, Le radici dell’orgoglio. La storia del movimento e della comunità LGBTQIA+ in Italia. Vol. I: 1960-1972).
Dunque al suo principio la lotta non riguardava soltanto il riconoscimento giuridico delle identità o delle famiglie, ma la critica delle condizioni materiali e simboliche che producevano esclusione, marginalità, precarietà, violenza istituzionale ed economica (Prearo, 2015). Solo successivamente, la grammatica dei diritti civili ha cominciato a separarsi da quella dei diritti sociali, portando oggi, circa trent’anni dopo, al fenomeno dei pride “antagonisti”, ovvero delle parate che vogliono prendere le distanze dalle manifestazioni, specialmente nelle città più grandi come Roma e Milano, in cui i brand possono acquistare, da un listino prezzi, un carro per partecipare alla parata come occasione pubblicitaria.
Non può esistere una lotta queer separata dalle questioni che riguardano la casa, il lavoro, la sanità, la migrazione o la giustizia economica. Vivere apertamente, in sicurezza e con dignità non dipende mai soltanto dall'identità, ma anche dall'accesso alla salute, al reddito, all'istruzione e ai diritti. Le generazioni che hanno costruito questi movimenti lo sapevano bene, la liberazione non significava essere rappresentatə nei sistemi esistenti, ma mettere in discussione quei sistemi ogni volta che rendevano alcune vite più precarie e più vulnerabili di altre.
Quello che un logo arcobaleno non può risolvere
È qui che il Pride contemporaneo inizia a mostrare tutte le sue contraddizioni. Il linguaggio dell’inclusione è ormai familiare, le grandi aziende sanno perfettamente come comunicare supporto, diversità e appartenenza e molte sono diventate estremamente brave a farlo. Il problema è che le questioni che hanno dato origine ai movimenti queer non sono scomparse, l’insicurezza abitativa continua a colpire in modo sproporzionato moltə giovani LGBTQ+. Le persone trans incontrano ancora ostacoli nell’accesso alle cure e ai servizi sanitari, molti spazi queer faticano a sopravvivere tra affitti sempre più alti e finanziamenti pubblici sempre più ridotti. La precarietà economica continua a determinare chi può sentirsi al sicuro, chi può essere visibile e chi può permettersi di esserlo. Un logo arcobaleno non risolve nulla di tutto questo, né una capsule collection dedicata al Pride. Questo non significa che la rappresentazione non sia importante, ma che la rappresentazione e il cambiamento non sono la stessa cosa. Il rischio è che la partecipazione aziendale venga scambiata per progresso politico. Per questo la domanda non dovrebbe essere se il Pride debba essere rappresentato dai brand, ma cosa succede dopo.
Quali organizzazioni vengono sostenute per il resto dell’anno?
Quali diritti vengono tutelati al termine delle campagne di giugno?
Quali politiche aziendali cambiano concretamente?
Quali risorse vengono investite nelle comunità LGBTQ+?
Sostenere la visibilità e pretendere cambiamenti reali non sono obiettivi in contraddizione. Possiamo apprezzare la rappresentazione e, allo stesso tempo, chiedere impegni concreti, investimenti duraturi e responsabilità. Possiamo scegliere di sostenere aziende che dimostrano coerenza, organizzazioni che lavorano sul territorio e realtà che continuano a svolgere questo lavoro anche quando i riflettori si spengono.
Il Pride come pratica di dissenso
Guardando a Stonewall, alla ballroom culture, al Gay Liberation Front o al FUORI in Italia, emerge un elemento comune, nessuno di questi movimenti è nato chiedendosi come diventare più appetibile, più vendibile o più facilmente incorporabile dal mercato. Le domande erano altre.
Come ci prendiamo cura l’unə dell’altrə?
Come sopravviviamo?
Come costruiamo spazi per chi è statə esclusə altrove?
Come mettiamo in discussione sistemi che attribuiscono più valore ad alcune vite rispetto ad altre?
Sono domande che oggi sembrano sorprendentemente assenti in molte conversazioni sul Pride ed è forse per questo che queste storie continuano a essere importanti. Non perché rappresentino un passato perfetto o una versione idealizzata del movimento, ma perché ci ricordano che il Pride non è mai stato soltanto una questione di visibilità ma di trasformazione. Cambiare le condizioni materiali che rendono possibile vivere apertamente, in sicurezza e con dignità, rimane una sfida molto più grande che cambiare un logo per un mese. Con l’arrivo di ogni Pride vale forse la pena tornare a quelle domande.
Dove scegliamo di investire il nostro tempo, la nostra attenzione e il nostro sostegno?
Quali lotte continuiamo a sostenere anche quando non sono più al centro della conversazione?
Quali voci decidiamo di amplificare?
Il Pride può essere una celebrazione, ma anche una pratica continua di solidarietà, immaginazione politica e dissenso. Perché la liberazione non è solo un’identità da rappresentare ma un processo collettivo da costruire.